Società e attualità

Le ragazze delle medie e Whatsapp: sicuri che sia un connubio positivo?

A me piace il fatto di avere chat, Whatsapp, Messenger a disposizione per comunicare. Mi piace perché così posso parlare con le persone che non ho l’opportunità di vedere ogni giorno, senza orari prestabiliti, in modo semplice e veloce, perché così posso inviare un pensiero alle persone che amo in ogni momento della giornata, perché così posso restare sempre connessa con tutti.

Parlo così però perché questa per me è l’innovazione più grande a cui io abbia assistito, io che scrivevo SMS scheletrici perché avevo pochi caratteri a disposizione (quanti erano, 120?), perché anche gli SMS inoltre erano contati, perché per dirsi ti amo ci facevamo gli squilli, e lo stesso identico squillo aveva anche più significati, tipo non “ho più soldi nel telefono, richiamami” o “sono sotto casa, scendi”.

Ma per le nuove generazioni? Le nuove generazioni che con la messaggeria istantanea sono nate? Per loro si tratta di un’innovazione positiva? Ammetto di non essere ancora riuscita a sbrogliare il nodo della matassa, penso ci vorrà ancora un po’ di tempo e riflessioni, ma ci sono molti lati negativi che ho avuto la possibilità di constatare di persona e che mi fanno avere un po’ di sfiducia nei confronti di queste nuove tecnologie che tanto amo e che ho già messo, ahimè, nella mani di mia figlia.

Ogni estate trascorro molto tempo insieme ad alcune ragazzine che mia figlia adora, da poco entrate alle scuole medie, e quello che vedo del loro modo di comunicare mi lascia un po’ sgomenta. C’è chi dice che le ragazze di oggi siano sin troppo smaliziate, già donne. Magari in alcuni casi è vero, ma le ragazzine che conosco non sono invece molto diverse da quella che io ero a 12 anni. Primi amori, storie estive, tentativi di imitare le ragazze più grandi nel modo di vestire, voglia di truccarsi per la prima volta, desiderio di essere baciate, risate, pizza e tanto, ma tanto, divertimento. Il problema è che molte di queste cose loro le fanno solo in modalità virtuale.

Prendiamo i ragazzi. Questa estate alcune di loro avevano un ragazzo, ma dal vivo non ci parlavano affatto e non si sono mai baciati, tuttalpiù si sono tirati un po’ di sabbia negli occhi o spinti nell’acqua ridendo. Le uniche parole che si sono scambiati tra fidanzatini correvano sul filo del web, su Whatsapp nello specifico. A 12 anni io e le mie amiche parlavano invece con i ragazzi faccia a faccia, passeggiavamo mano nella mano al tramonto raccontandoci sensazioni, paure e buffi aneddoti. Ci baciavamo, tanto, tantissimo, magari nascosti dietro agli scogli per non farci vedere dai genitori. Non c’era malizia. Eravamo piccoli, ma sapevamo gestire le nostre prime emozioni e sapevamo comunicare con gli altri, che fossero amici o l’altro sesso era la stessa identica cosa. Certo, c’era timidezza, paura di sbagliare, timore di non saper gestire le relazioni. Ma queste relazioni c’erano, erano reali, tangibili, le vivevamo in modo serio e intenso, non da dietro un banale schermo di uno smartphone.

Sono triste nel vedere che delle ragazzine belle, vivaci, divertenti, intelligenti non sappiano comunicare. Sono triste nel vedere che non sono in grado di prendere in mano le redini di loro stesse, di sentirsi forti, di sentirsi fiduciose. Sono triste nel constatare che non hanno relazioni vere, ma solo virtuali, finte, di plastica. Tutto questo dove le porterà? Come possiamo sperare che queste ragazzine un giorno divertito donne forti e indipendenti?

Prima di avere una figlia, conclusioni di questa tipologia mi avrebbero fatto affermare con assoluta certezza e determinazione che lei non avrà il telefono cellulare sino alle scuole superiori. Adesso che invece una figlia ce l’ho sono molto più realista e so perfettamente che anche lei arrivata alle medie, se non addirittura in quinta elementare, avrà il suo smartphone personale. Non possiamo negare il progresso e la tecnologia. Non possiamo negare inoltre che lo smartphone è per un genitore anche una sicurezza in più, che in un mondo come quello odierno dove i pericoli sono dietro ad ogni angolo non fa, ammettiamolo, mai male. Quindi sì, anche mia figlia avrà il suo smartphone e chatterà con amici e fidanzatini.

Forse la soluzione al problema dovrebbe arrivare da noi genitori. Dovremmo essere noi a spiegare ai nostri figli come utilizzare i nuovi mezzi di comunicazione al meglio. Lo farò davvero un giorno? E gli altri genitori, lo fanno? Davanti ad una ragazza-quasi-donna bella e intelligente non è che balena nella mente una frase tipo “no, non ha bisogno di spiegazioni, lei ha capito benissimo che comunicare faccia a faccia è molto più importante delle chat sullo smartphone”? Sono convinta che si tratti di un problema che daremo per scontato, che prenderemo alla leggera, sottogamba. Poi ci ritroveremo nell’adolescenza vera e propria, con le figlie alle scuole superiori, e il problema a quel punto ci apparirà davanti agli occhi con tutta la sua maestosità, come fosse l’ultimo quadro di un videogame anni ‘80.

Non so cosa farò un giorno, quando mia figlia sarà grande, e non so quale sia davvero la migliore soluzione possibile al problema. Nel frattempo, aspetto. Aspetto la prossima estate per vedere cosa è successo a queste ragazze durante il corso dell’anno. La mia speranza è che ci abbia pensato il tempo a trovare una soluzione, che sia stato il tempo a colmare queste lacune. Perché il tempo avrà sicuramente proiettato queste ragazze qualche passo in avanti verso l’adolescenza vera e propria, e forse avrà dato loro quello slancio nel corpo, nella mente, nelle emozioni, necessario per andare al di del muro virtuale che queste ragazze conoscono ormai più che bene. Certo, c’è sempre il rischio che per sorpassare quel muro, alcune di loro cadano e si facciano molto male, ma alla fine le ferite fanno parte della vita e aiutano a crescere, fortificano, aprono gli occhi sulla realtà. Sì, farò così allora, aspetterò, perché dopotutto per la mia di bambina c’è ancora un bel po’ di tempo, perché alle volte l’osservazione è il primo passo per la ricerca della verità, perché sento di non poter fare altro, almeno per il momento.

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